mamalujo

I recently adopted an entire herd of buffalo. Surely one of them will take care of me when I'm old.

6 cose

Le sei cose per cui vale la pena vivere oggi sono:

  1. Ricordare è talmente semplice, lo fanno tutti, in continuazione;
  2. dimenticare è difficile, perdere qualcuno o qualcosa, lasciarlo andare via.
  3. Scrivere, poi... scrivere è una sconfitta,
  4. non sappiamo mai un cazzo di un cazzo e allora immaginiamo,
  5. e mentre immaginiamo, pian piano rimontiamo i fatti, li mettiamo in sequenza, li spolveriamo...
  6. perchè nessuno è realmente capace di dimenticare, perchè nessuno è realmente capare di perdere, perchè nessuno è realmente capace di scivolare via.  


Bassa stagione

Le sei cose per cui vale la pena vivere oggi sono:
  1. Ci vorrebbe una cura contro il dolore, contro la ferocia, contro la tristezza.
  2. Ci vorrebbe una cura contro le stelle, contro i desideri, contro la bellezza.
  3. Bisogna conoscerla, la tristezza. Non va mai via. Impari a tenertela stretta, a difenderla con i denti, come un cane. Spesso è l’unica cosa che ti rimane, quando sparecchi.
  4. Ci vorrebbero delle vie di fuga, contro la solitudine, non portarsela dentro, ogni volta. Non si dovrebbe scaldarla col proprio calore. Non bisognerebbe scriverne. Tanto lei, trova sempre la strada di casa.
  5. E’ già tanto riuscire a fuggire all’inquietudine, al caos che portiamo sulle spalle, come una bestia feroce.
  6. E’ già tanto fuggire alla bellezza e alla sua possessione. Piove comunque.



L'inverno

Il cielo sembra senza peso, sale sù leggero e impassibile. Le nuvole si addensano bianche, bianche, spezzando la monotonia dell’azzurro. Procedono lente, tutte lungo la stessa direzione, sembrano elefanti nella savana, quelli che si vedono nei documentari. Ci vorrebbe una cura per il dolore, qualcosa che faccia svanire il panico, ci vorrebbero dei rimedi naturali contro le delusioni, ci vorrebbero delle alternative, ogni tanto, che diano l’illusione di scegliere.
Il sole scende, quasi fosse più pesante del cielo, e man mano che perde quota diventa meno luminoso, meno imponente, sembra quasi che si guardi in giro cercando qualcuno con cui dividere una birra in un bancone affollato di sconosciuti; ti fa tenerezza, il sole così spaurito.
Dicono che il tramonto sia struggente. A me è sempre sembrato triste: il giorno sa ormai di aver perduto la sua partita e se ne va calmo e indolente lasciando un tramonto a noi che restiamo qui in riva al mare a guardarlo, un’ultima canzone malconcia.
“E’ finita” mi dici, quasi come se fosse una domanda.
“E’ finita”, ti rispondo, come se fosse una risposta.
Ci guardiamo un’ultima volta, ma oramai siamo altrove.
Il dolore non dovrebbe essere così dolce.
I nostri corpi sono sgangherati, sbrecciati, sbilenchi, incoerenti. Le nostre parole si perdono nell’oscurità che prende il posto del cielo. I ricordi  mormorano piano frasi che non pronunciamo più.
E poi le stelle cadono, cadono, cadono, cadono, cadono, cadono, cadono, cadono, cadono, cadono, cadono, cadono, cadono, cadono, cadono, cadono, cadono, cadono, cadono, cadono, cadono, cadono.
“Dobbiamo andare, ora”, le tue parole pian piano si illuminano, il loro bagliore rischiara il mio viso, ma dura solo un istante.
“Devo andare”, mi dici e te ne vai, lasciandomi solo, a scoreggiare in questa notte così buia, così feroce.
E le stelle continuano a cadere, senza pietà.  
 

 



Piccoli regni, pochi abitanti

A volte succede una cosa terribile, nei rapporti tra le persone: ogni tanto c’è chi ama una persona che ne ama un’altra. Non c’è niente di peggio del dolore di essere l’altro. Questo post è dedicato a chi ama qualcuno che ama qualcun altro.
 
Mi stringeva sul suo corpo
mi donava la sua bocca
mi diceva sono tua
  e nel sogno la baciai
1. 

La via di cui parlerò non è quella eterna, il nome che può essere nominato non è l'eterno nome.

Con questi versi inizia uno dei libri più belli e oscuri della storia della letteratura cinese, il tao te ching; ha solo 5.000 caratteri ma è talmente criptico che ne sono state date infinite interpretazioni. Oltretutto, pare che le tavolette di cui era composto ogni tanto fossero state mescolate tra loro, rendendo alcune parti difficili da comprendere. A pensarci è bellissimo: è come se dante avesse scritto l’inferno su delle tavolette e ogni tanto nel trasporto parte di esse si fossero sovrapposte ad altre: “nel mezzo di cammin di nostra vita, nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nella miseria, che la dritta via era smarrita”.

Un libro che diventa combinazione di se stesso, le cui parti spostandosi formano un altro libro e poi un altro ancora e poi ancora un altro. E’ come vedere un libro continuamente fiorire e sfiorire, esplodere e implodere dentro i suoi petali, inesorabilmente e senza fine.

2.

Perché si scrive? Bella domanda. Mi sono dato milioni di risposte, una più scema dell’altra. L’unico caposaldo è che ci deve essere qualcosa che mi spinge a sporcare le pagine bianche o le schermate vuote e questo qualcosa spinge da secoli milioni di persone a infilzare nello spiedino della sintassi parole su parole, senza che niente li costringa a farlo. In qualche post fa scrivevo che i libri non muoiono mai. Quindi in un certo senso sono eterni. I loro autori no e questo ogni scrittore lo sa. Le upanishad sono giunte sino a noi ma non si sa chi le abbia create. Omero non si sa se è esistito, alcune teorie addirittura pensano che Omero non sia che una sigla dietro la quale si nascondono diversi uomini e donne greche.
Si, ogni autore in fondo in fondo lo sa: non resisterà mai alla sua opera per quanto essa possa sembrare fragile. Dunque non si scrive per passare alla storia, per diventare “eterni”.
E allora: perché si scrive?
Da quello che ho capito, si scrive per vedere quali saranno le parole che riempiranno la pagina, anche se sembra paradossale. In fondo nessuno ha idea di ciò che scriverà su quel deserto candido che è il foglio intonso. Quella dell’attività dello scrittore non  è che una bella favola; questa presunta attività in realtà è una passività. Lo scrittore non fa altro che comportarsi da spettatore un po’ voyeuristico di ciò che succede sulla pagina. Non è che il tramite, più o meno consapevole, dell’atto dello scrivere. La scrittura si “manifesta” per mezzo di lui, è uno spettacolo che si compie sulla pagina bianca, qualcosa di profondamente estraneo a lui che a bisogno di lui per vivere e farsi parole, frasi, libri, memoria. Sono sempre più convinto che la scrittura sia una pratica demoniaca.

3.

Vorrei essere riempita di parole, vorrei che scrivessi sulla mia pelle, vorrei che scrivessi sulle mie labbra, vorrei che scrivessi sui miei seni, sulle mie gambe, tra le mie cosce, fin dentro il mio sesso, tra le sue fessure e il suo sapore, fin dentro i miei umori, fino a farmi sanguinare. Vorrei leggere le tue storie su di me, vorrei diventare libro anch’io stessa, libro che tu non leggerai.

4.

La realtà è sempre così lineare, mentre i sogni sono sempre così discontinui, incasinati, sgangherati, pieni di cose che non coincidono, di conti che non tornano e cose che fanno male. E se fossero i sogni, la realtà?  Provo a spiegarmi: potrebbe darsi che la nostra vita reale sia la realtà disgregata, incasinata, piena di incongruenze che noi vediamo ogni volta che crediamo di chiudere gli occhi, mentre ciò che noi intendiamo per “realtà” potrebbe essere semplicemente sempre lo stesso sogno lienare e banale che compiamo ogni volta che chiudiamo gli occhi. D’altronde la maggior parte dei fenomeni naturali è piena di discontinuità, di non linearità, di cose che non coincidono mai con ciò che riusciamo a studiare. Se tutto ci sembra così lineare lo dobbiamo al cervello che in continuazione cerca, calcola e costruisce il senso che noi diamo al mondo. E allora perché non potrebbe essere che nel sonno (ovvero in ciò che per noi è la realtà) il cervello infido metta assieme i fatti per darci l’illusione di un senso, mentre la nostra vita reale è quel caos senza inizio, né fine che noi crediamo di sognare. La mente gioca brutta scherzi, a volte.

5.

Quell’anno non cadde nemmeno una stella. Il firmamento rimase immobile sopra gli sguardi gravidi di desideri di milioni di persone; non ci fu il minimo spostamento, tutto tacque, inerte.
Lui non riusciva a distinguere il colore di quella gonna, nella baraonda generale. Ogni cosa si confondeva con ogni cosa, nella sua vista annebbiata gli oggetti perdevano consistenza, diventavano leggeri e impalpabili, sembravano delle mere presenze, delle parvenze di realtà, sogni nei sogni.
La gonna rossa stava lì, danzante come tutte le altre gonne, gonfie di gambe, piene di fremiti che le percorrevano da ogni lato, si mescolava al loro riso, diventava anch’essa caos dal quale riemergeva sempre diversa, sembrava un fiore strano che non si decideva mai a sbocciare, ma che perdeva tempo a mutare continuamente forma e disposizione alla ricerca di un sole che non c’era, né ci poteva essere, sembrava una gonna nella folla danzereccia, sembrava qualcosa per poi sembrarne un’altra.
Si accorse di andare a ritmo. Il suo corpo riconosceva il palpito della musica, seguiva istintivamente i bassi con le spalle, con le gambe, col culo. La testa sembrava annuire alla batteria, le braccia pian piano si levavano in alto, i piedi cominciavano a disegnare ghirigori nella sabbia. Ma gli occhi, quelli erano sempre fissi su quella gonna rossa, sulla musica di quelle cosce che spuntavano e sparivano tra le sue pieghe. Doveva sembrare una sorta di piccolo autistico o forse uno scoppiato. La folla che ballava a decine di metri da lui e lui lì, solo, a danzare al ritmo di qualcosa che non era neanche musica, ma desiderio, puro, candido, caldo e incorruttibile desiderio. Non osava alzare lo sguardo, non voleva che l’incanto finisse, avrebbe voluto che quella gonna continuasse a fiorire per sempre nel caos dell’oscurità di quella notte. Sentiva che la tensione di tutti quei mesi si stava via via sciogliendo, sentiva che la bestia nuda che tante volte aveva sentito sul groppone stava scivolando via lentamente, si sentiva leggero ed ebbro, leggero ed eterno.  Come il liquore che stilla dal seno delle botti, le sue labbra diventarono rosse vermiglie. Guardò le stelle e le stelle lo fissarono, silenti e oziose.
Poi vide lui. Prima era solo qualcosa che disturbava le evoluzioni della gonna, poi divenne una presenza pesante, pelosa, insulsa che sbucava tra le gambe di lei, a ritmo e poi, naturalmente, divenne un corpo concreto, sudato, felice che le ballava accanto, come del resto era normale.
Lo sapeva, l’aveva sempre saputo. Lui, lei e l’altro e quando si è “l’altro” lo si capisce al volo, non ci sono cazzi che tengano. E non c’è niente, ma proprio niente da fare.
 Adesso le stelle sembravano ridere di lui. Le guardò per un’ultima volta e poi andò a ordinare qualcos’altro. Erano finite pure le sigarette.
C’erano solo delle luci, lontane, che brillavano sul mare, brillavano, tremavano e scintillavano, come fa il vino quando cade nel bicchiere.

6.

Cos’è che di un libro fa un libro? Quello che c’è scritto. Per questo non si possono ammazzare, perché esistono infiniti supporti per mantenere delle idee pensate da qualcuno. E tra questi il più antico e più struggente è l’uomo stesso. Quando da piccoli ci facevano mandare giù poesie su poesie a memoria, non facevano altro che renderci libri. Piccoli libri in miniatura e grembiule che scorazzavano per la città portandosi dentro Pascoli, Leopardi, Manzoni.
Io ho imparato solo alcuni versi a memoria nella mia vita e male, ma me li porto dentro, spesso sono l’unica cosa che salverei di me.
 


Dello Hifz e della memoria delle infamie

Le sei cose per cui vale la pena vivere oggi sono:

  1. Giovanni 8,6: "Questo dicevano per metterlo alla prova e per avere di che accusarlo. Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra. E siccome insistevano nell'interrogarlo, alzò il capo e disse loro: "Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei".
  2. Beh, la bibbia è proprio un libro crudele. Per tutti e quattro i vangeli Gesù non fa altro che parlare: spiega la sua filosofia, racconta parabole, risponde in maniera evasiva alle domande, difende la sua fede dai continui attacchi di scribi e farisei, racconta qualcosina del regno dei cieli, invoca il padre, urla rabbioso, parla, parla, parla. Poi ad un certo punto scrive qualcosa per terra, unico caso in tutto il vangelo e a nessuno viene in mente di raccontare o perlomeno annotare cosa scrive? E la bibbia dovrebbe essere il libro di dio, ovvero il libro che raccoglie la testimonianza di dio! solo che inspiegabilmente, quando dio scrive, la bibbia non racconta cosa scrive. 
  3. Nell'ultimo post parlavo della censura e dell'impossibilità a conti fatti di “uccidere” un libro, grazie alla capacità delle cose scritte di cambiare forma, di diventare altro: leggende, quadri, musica, poesia, canzoni, incubi. Tanto per contraddirmi un pò (che non fa mai male): c'è una commedia di Bernand Shaw nella quale un incendio sta per lambire la biblioteca d'Alessandria; qualcuno urla che si perderà la memoria del mondo. Cesare, lapidario, risponde: “lasciala bruciare, è una memoria d'infamie”. 
  4. Eppure, eppure, eppure.... sarà pure una memoria d'infamie (come dargli torto) però come fare a perderla? Un pò come nel film “eternal sunshine of a spotless mind”, come fare a cancellare i ricordi? Non siamo forse fatti di ricordi? La memoria, così labile, così fragile, così candida, a volte è l'unica cosa che ci rimane, l'ultimo baluardo contro “il nulla” di Endiana memoria (the neverending story), l'avanposto di confine dove avvengono i commerci col nemico, il limite tra noi e la barbarie. 
  5. C'è una storia che mi fa pensare spesso alla memoria: Muhammad-al-Ghazali, l'Algazel degli scolastici, affermò che : "il Corano si copia in un libro, si pronuncia con la lingua, si ricorda nel cuore, e tuttavia perdura nel centro di Dio e non lo altera il passare per i fogli scritti e per gl'intendimenti umani".  Cioè il corano, non è solo un libro, è dio o, per lo meno, uno degli attributi di dio. Per questo, secondo i musulmani, il testo della rivelazione coranica è immutabile nel corso dei secoli; conseguentemente esso viene tramandato dai musulmani parola per parola, lettera per lettera. Negli ultimi 14 secoli (e oltre) migliaia di musulmani  hanno imparato a memoria le centinaia di pagine in arabo che costituiscono il Testo Sacro. 
  6. Lo Hifz, ovvero pagine e pagine imparate a memoria, per non far morire un libro. Si dovrebbe avere un Hifz anche per le cose importanti della vita: vorrei aver avuto la possibilità di imparare a memoria le parole che mio nonno ha detto ha mia nonna per farla innamorare, o le parole che hanno detto i miei avi quando è nato qualcuno o quando qualcuno è morto,  vorrei portarmi dentro le parole della loro gioia e del loro dolore, le parola della guerra e le parole della pace, le parole dell'odio e quelle delle riconciliazioni, le parole del bene e quelle del male; e così facendo diventare libro anch'io. Uh!


6 cose

Le sei cose per cui vale la pena vivere oggi sono:

  1. Uno scrittore ceco, Hrabal, sotto il regime, non avendo altro, si è ritrovato a lavorare al macero per 12 ore al giorno, ogni giorno, per 10 anni.
  2. Il suo lavoro consisteva nel rendere i libri un insieme di striscioline di carta e pressare tutte queste striscioline con un aggeggio meccanico fino a farne delle balle abbastanza robuste.
  3. Tra i libri che gli arrivavano, c'erano pure i libri censurati e, tra questi, anche i suoi.
  4. Dunque, tra le altre cose, dovette tritare anche i suoi libri, il che, ne converrete, sarà stato molto doloroso.
  5. Lui però conservò alcune di queste striscioline, le diede ad un suo amico artista, tale Collage, che ne fece appunto dei collage o, meglio, delle opere d'arte.
  6. Beh, questa è la cosa per cui vale la pena vivere oggi: la consapevolezza che è impossibile distruggere dei libri. Per quanto si possa fare, per tutto il fuoco che si possa usare, per tutta l'idiozia che si possa iniettare in una società, alla fine i libri vincono sempre; magari si trasformano in altro, magari diventano quadri, leggende, storielle da bar, incubi, ma non muiono, non muiono mai. 


Le belle filastrocche di una volta

 le sei cose per cui vale la pena vivere oggi formano una filastrocca (e sono pure sette):

  1. tristezza, tanta tristezza
  2. l'assenza che si fa presenza
  3. la presenza che si scioglie nel'assenza
  4. tristezza, tristezza, tanta tristezza
  5. quel che parte quel che resta
  6. tristezza, tristezza, tristezza
  7. niente parte, niente resta


Milioni di farfalle

    C’erano milioni di farfalle dorate, quella notte, quando mi svegliai, c’erano milioni di farfalle lucenti, quella notte, quando mi svegliai. Nessuno era sveglio, oltre me, quella notte, quando milioni di farfalle incandescenti arrivarono al campo, tutti dormivano, nessuno era sveglio, quella notte, oltre me.
    Sentivo le loro voci, quella notte, sentivo i loro bisbigli, quella notte: uomini, donne, vecchi, ragazzini, tutti attorno al campo, si nascondevano tra gli alberi, giocavano a nascondino, quella notte. “Ora gliela faremo vedere”, dicevano, “rubano i nostri bambini”, dicevano, “che schifo”, dicevano, “puttane”, dicevano, “porci zingari di merda”, dicevano, “mostri, mostri schifosi”, dicevano quella notte, ma nessuno li sentiva a parte me, quella notte, nessun’altro li sentiva.
    E poi, come d’incanto, tra le loro mani iniziarono a spuntare le farfalle scintillanti, danzavano tra le loro dita, le farfalle scoppiettanti, rimasi affascinata, quella notte. E ogni volta che posavano una farfalla sfavillante per terra, spuntavano altre cento farfalle con un guizzo, le loro ali crepitavano nel silenzio della notte, quella notte.
    Rimasi affascinata a guardare le farfalle diventare moltitudine sfolgorante, quella notte.
    E poi ad un tratto le vidi tutte attorno a me: milioni di farfalle dorate, che danzavano impazzite nell’oscurità, milioni di farfalle che danzavano senza fine, milioni di farfalle e poi ancora farfalle, nell’oscura immensità della notte. Gli uomini non c’erano più, le donne erano scomparse, i vecchi si erano dileguati, c’era solo qualche ragazzino che scattava fotografie.
    E ad un tratto capì: alzai gli occhi in cielo, le stelle mi guardavano leggere e impassibili, leggere e impassibili mi scrutavano le farfalle. Farfalle anche le stelle, farfalle fiammeggianti, milioni di farfalle nel cielo.
    Mi misi a giocare con le mani rivolte verso il gelo del firmamento e, ogni volta che alzavo le mani, il firmamento diventava sempre più caldo, ero io che lo riscaldavo con la mia danza, la mia danza lo riscaldava, quella notte. Nessuno era sveglio, quella notte, tranne me, e i minuti passavano mentre danzavo tra le farfalle brillanti. Ogni volta che le toccavo mi facevo male: bruciavano come il ghiaccio, le farfalle, come il ghiaccio, quando fa male, dio che male.
    Le loro ali crepitavano e ci avvolsero tutti mentre, con gli occhi sbarrati, guardavamo la bellezza senza tempo della notte.
 
 


Questioni di vita o di morte

     E’ incredibile quanto sia facile archiviare come oziose delle questioni che, in realtà, sono cruciali.
    Prendete me, ad esempio, sono qui assieme a centinaia di altri miei simili, nella stiva di questa nave, gli occhi lucenti e rossi nel cuore di queste tenebre che noi chiamiamo casa. Ci chiamano topi, sorci, ratti, zoccole, anche se per noi i nomi non hanno alcuna importanza, viviamo e basta.
    Passiamo in rassegna con la nostra critica roditrice le umane faccende, spesso non capiamo cosa spinga tutte quei grossi gorilla senza peli ad andare continuamente avanti e indietro lungo i corridoi di questo vascello, altre volte invece capiamo benissimo cosa sta succedendo e quali sono i bisogni che muovono i loro gesti, perché sono anche i nostri bisogni: vivere, morire, procreare, mangiare, defecare. Insomma: niente di nuovo, sotto il sole.
    Ma torniamo a noi, non voglio tediarvi oltre con le mie chiacchiere, perdonate anzi il mio cicaleccio, parlavamo di questioni oziose che oziose non sono: dicono che “i topi sono i primi ad abbandonare una nave che affonda“... si, d’accordo, ma dove vanno?
 


6 cose

Le sei cose per cui vale la pena vivere oggi sono:

  1. La vita non è una farsa
  2. né un’elegante commedia.
  3. La vita fiorisce, si nutre e prende forza dagli abissi tragici, comici e sgangherati della miseria essenziale all’interno della quale ci dibattiamo.
  4. Ciò che chiamiamo casa, ciò che fa da sfondo alla nostra vita, ciò in cui siamo sommersi non assomiglia a un palcoscenico,
  5. ma a una lussureggiante foresta vergine dove latrano i cani e squittisce l’uccello osceno della notte.
  6. Ogni tanto, poi, fa capolino una farfalla che scintilla, tremola e trapassa. La bellezza appare dovunque.


6 cose

Le sei cose per cui vale la pena vivere oggi sono:

1.      Stare sull’autobus, non appendersi a niente, surfare di fermata in fermata.

2.      Ci vorrebbe il T9 anche per le questioni di tutti i giorni, per trovare, o tentare di trovare, in maniera automatica, cosa fare e cosa dire, come comportarsi, cosa guardare, cosa sentire; per non sbagliare sempre.

3.      Il modo giusto di fare le cose, perché ce n’è sempre uno, per ogni cosa.

4.      I cenci, le cianfrusaglie, le pezze, le cose di sghimbescio, i brandelli logori, gli stracci, le sbrecciature, la sgangheratezza, gli sguardi sbilenchi, sciancati, deformi, miseri ubriaconi, incoerenti nella loro purezza, sconci nel loro candore.

5.      La debolezza e il coraggio della debolezza.

6.      E io non capisco quello che succede/ a quello che si vede, non si crede, non si crede/