Piccoli regni, pochi abitanti
mi donava la sua bocca
mi diceva sono tua
e nel sogno la baciai
“La via di cui parlerò non è quella eterna, il nome che può essere nominato non è l'eterno nome.”
Con questi versi inizia uno dei libri più belli e oscuri della storia della letteratura cinese, il tao te ching; ha solo 5.000 caratteri ma è talmente criptico che ne sono state date infinite interpretazioni. Oltretutto, pare che le tavolette di cui era composto ogni tanto fossero state mescolate tra loro, rendendo alcune parti difficili da comprendere. A pensarci è bellissimo: è come se dante avesse scritto l’inferno su delle tavolette e ogni tanto nel trasporto parte di esse si fossero sovrapposte ad altre: “nel mezzo di cammin di nostra vita, nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nella miseria, che la dritta via era smarrita”.
2.
Si, ogni autore in fondo in fondo lo sa: non resisterà mai alla sua opera per quanto essa possa sembrare fragile. Dunque non si scrive per passare alla storia, per diventare “eterni”.
Da quello che ho capito, si scrive per vedere quali saranno le parole che riempiranno la pagina, anche se sembra paradossale. In fondo nessuno ha idea di ciò che scriverà su quel deserto candido che è il foglio intonso. Quella dell’attività dello scrittore non è che una bella favola; questa presunta attività in realtà è una passività. Lo scrittore non fa altro che comportarsi da spettatore un po’ voyeuristico di ciò che succede sulla pagina. Non è che il tramite, più o meno consapevole, dell’atto dello scrivere. La scrittura si “manifesta” per mezzo di lui, è uno spettacolo che si compie sulla pagina bianca, qualcosa di profondamente estraneo a lui che a bisogno di lui per vivere e farsi parole, frasi, libri, memoria. Sono sempre più convinto che la scrittura sia una pratica demoniaca.
3.
4.
5.
Lui non riusciva a distinguere il colore di quella gonna, nella baraonda generale. Ogni cosa si confondeva con ogni cosa, nella sua vista annebbiata gli oggetti perdevano consistenza, diventavano leggeri e impalpabili, sembravano delle mere presenze, delle parvenze di realtà, sogni nei sogni.
La gonna rossa stava lì, danzante come tutte le altre gonne, gonfie di gambe, piene di fremiti che le percorrevano da ogni lato, si mescolava al loro riso, diventava anch’essa caos dal quale riemergeva sempre diversa, sembrava un fiore strano che non si decideva mai a sbocciare, ma che perdeva tempo a mutare continuamente forma e disposizione alla ricerca di un sole che non c’era, né ci poteva essere, sembrava una gonna nella folla danzereccia, sembrava qualcosa per poi sembrarne un’altra.
Si accorse di andare a ritmo. Il suo corpo riconosceva il palpito della musica, seguiva istintivamente i bassi con le spalle, con le gambe, col culo. La testa sembrava annuire alla batteria, le braccia pian piano si levavano in alto, i piedi cominciavano a disegnare ghirigori nella sabbia. Ma gli occhi, quelli erano sempre fissi su quella gonna rossa, sulla musica di quelle cosce che spuntavano e sparivano tra le sue pieghe. Doveva sembrare una sorta di piccolo autistico o forse uno scoppiato. La folla che ballava a decine di metri da lui e lui lì, solo, a danzare al ritmo di qualcosa che non era neanche musica, ma desiderio, puro, candido, caldo e incorruttibile desiderio. Non osava alzare lo sguardo, non voleva che l’incanto finisse, avrebbe voluto che quella gonna continuasse a fiorire per sempre nel caos dell’oscurità di quella notte. Sentiva che la tensione di tutti quei mesi si stava via via sciogliendo, sentiva che la bestia nuda che tante volte aveva sentito sul groppone stava scivolando via lentamente, si sentiva leggero ed ebbro, leggero ed eterno. Come il liquore che stilla dal seno delle botti, le sue labbra diventarono rosse vermiglie. Guardò le stelle e le stelle lo fissarono, silenti e oziose.
Poi vide lui. Prima era solo qualcosa che disturbava le evoluzioni della gonna, poi divenne una presenza pesante, pelosa, insulsa che sbucava tra le gambe di lei, a ritmo e poi, naturalmente, divenne un corpo concreto, sudato, felice che le ballava accanto, come del resto era normale.
Lo sapeva, l’aveva sempre saputo. Lui, lei e l’altro e quando si è “l’altro” lo si capisce al volo, non ci sono cazzi che tengano. E non c’è niente, ma proprio niente da fare.
Adesso le stelle sembravano ridere di lui. Le guardò per un’ultima volta e poi andò a ordinare qualcos’altro. Erano finite pure le sigarette.
C’erano solo delle luci, lontane, che brillavano sul mare, brillavano, tremavano e scintillavano, come fa il vino quando cade nel bicchiere.
6.
Io ho imparato solo alcuni versi a memoria nella mia vita e male, ma me li porto dentro, spesso sono l’unica cosa che salverei di me.